IL TERAPEUTA COME BASE SICURA

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La tecnica terapeutica proposta da Bowlby (1988) parte dal costrutto secondo cui, se i disturbi della mente e del comportamento sono l’esito di distorsioni interpretative inconsapevoli, compito del terapeuta sarà lavorare proprio su queste distorsioni. In questo modo potrà far acquisire al paziente una graduale consapevolezza del modo in cui funziona la sua mente e far sì che egli riveda i suoi schemi. La revisione e la modifica delle organizzazioni mentali dell’attaccamento richiedono un intervento sulle capacità cognitive, su quelle dimensioni che nel percorso di vita sono diventate rigide e hanno fatto perdere le caratteristiche di flessibilità e di plasticità.

Il cambiamento è pertanto l’esito della possibilità di usare un’intelligenza il più possibile priva di aspettative preconcette e pregiudiziali. Il paziente dovrà passare dal “vedere e ricordare” solo quello che conferma i suoi modelli operativi insicuri al porre attenzione e rammentare i tanti episodi in cui lui stesso o le persone per lui importanti mettono o hanno messo in atto comportamenti ed espresso emozioni in contrasto con quanto lui, in maniera inconsapevole, vuole o voleva registrare. Dovrà rileggere la sua storia e le sue vicende attuali alla luce di nuovi significati. L’efficacia di un a terapia sarà funzione del nuovo senso che darà alle sue esperienze, della possibilità che sviluppi capacità metacognitive che lo aiutino a raccontarsi un’altra storia.

Fondamentale a tal fine la posizione del terapeuta. Bowlby (1988) assegna cinque compiti al terapeuta che voglia guidare il paziente nel recupero dei propri ricordi e nell’esplorazione delle relazioni attuali:

  • porsi come base sicura da cui il paziente possa partire per esplorare il proprio mondo interiore, e alla quale tornare, quando il dolore diventa insostenibile. Il terapeuta si porrà come un contesto sicuro, come una persona di cui fidarsi.
  • incoraggiare il paziente a prendere in considerazione le modalità utilizzate nella vita attuale per entrare in relazione con gli altri e le aspettative che nutre nei confronti di sé stesso e degli altri e a prendere consapevolezza delle motivazioni inconsce che lo spingono a scegliere particolari persone per stabilire relazioni e a creare situazioni relazionali insoddisfacenti.
  • spingere il paziente ad esaminare la relazione che egli costruisce con lui/lei; lo aiuterà a rendersi conto di come nella relazione egli porti percezioni e aspettative e comportamenti maturati nei legami di attaccamento costruiti nell’infanzia.
  • incoraggiare il paziente a prendere coscienza di come il modo in ci percepisce il mondo, quello che si aspetta dagli altri, le sue azioni attuali siano l’esito degli eventi vissuti in infanzia e in adolescenza con i propri genitori. Spingerà il paziente a ricordare i dettagli di queste relazioni, gli episodi in cui sia stato rifiutato, minacciato, maltrattato, spinto ad assumere un ruolo inverso con la propria madre e a dare cure piuttosto che riceverle, forzato a dimenticare, distorcere, falsificare quello che stava accadendo. Lo incoraggerà ad esprimere pensieri ed emozioni suscitati da questi ricordi, ad esaminare perché il genitore si sia comportato come si è comportato, a capire le difficoltà emotive delle sue figure di attaccamento. Il terapeuta innesca così un processo che va dalla comprensione alla compassione per la vita dei sui genitori, al perdono e alla riconciliazione con le sue figure di attaccamento. In questo percorso il paziente può riuscire ad individuare una vera e propria catena causale e con l’aiuto del terapeuta interromperla, ridisegnando le linee del copione.
  • spingere il paziente a rendersi conto che le rappresentazioni mentali che ha di sé e degli altri, elaborate nel contesto della relazione con i genitori, lo guidano senza che lui se ne renda conto, e come possono non essere adatte a leggere e interpretare gli eventi. Lo porterà a comprendere come il suo risentimento, la sua collera, la sua indifferenza possano nascere da come è stato trattato da piccolo e come sia disfunzionale e “improduttivo continuare a combattere vecchie battaglie” (Bowlby, 1988). Il paziente sarà così in grado di sentire e agire in modo nuovo e potrà iniziare a immaginare modi alternativi di comportarsi, adatti alla sua vita attuale.

L’enfasi è quindi sulla qualità di quella particolare relazione che il paziente instaura con il suo terapeuta in quanto, essendo i modelli dell’attaccamento “operativi” ovvero suscettibili di cambiamento in funzione delle relazioni in cui si è inseriti, le caratteristiche di queste e le condizioni che possono portare ad una loro revisione sono molto precipue.

Il costrutto base sicura proposto da Bowlby fa ipotizzare che una nuova relazione fortemente significativa, che offra sicurezza, può produrre una revisione dei modelli operativi interni. Sperimentare risposte costantemente diverse da quelle attese, e per tempi lunghi da parte di qualcuno che in quanto affidabile e supportivo si ponga come base sicura può innescare processi di metacognizione che portano a rielaborare le proprie esperienze.

La sicurezza affettiva consente di essere sine cura, ovvero senza preoccupazioni relative al bisogno di essere protetti; assicura la possibilità di non essere più travolti dalla paura.

 

 Dr.ssa Cecilia Dionisi

Psicologa – Psicodiagnosta

Bibliografia di riferimento:

Bowlby J. (1988) Una base sicura. Milano, Cortina, 1989

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